Archivi del mese: marzo 2004

non so perché questo…

non so perché questo accada, e proprio a noi. eppure è così.

ed io che credevo stesse a villa Sofia, dico a Gianfranco, è il padre di Giovi che me l’aveva detto, per telefono fra gli insulti, ma non c’era da fidarsi , lo sapevo.

No, ripete, è scappato da villa Margherita, mi ha chiesto di avvertire A.F. che stava andando da lui, ma la vecchia checca non ce lo vuole a casa sua, ha già avuto i suoi problemi con Maurizio, quando ha bruciato le macchine, ma questa è un’altra storia.

il fatto è che A. se l’è messo dentro a Maurizio perché etero e pinnuluni, ci ha il trip di tutte le vecchie finocchie: mettersi in casa un dobberman su due zampe sperando che l’inculi prima di farli fuori, o nel mentre. storie di vecchie finocchie che coltivano i loro assassini.

Maurizio non è etero, mi fa Gianfranco, è solo malato. Vabbè etero o malato non è lo stesso?

no, è proprio fradicio , nè uomini nè donne gode solo con le travestite. che schifo.

Gianfranco non le può proprio vedere ste conniventi del sistema eterocentrico. forse ha ragione. adesso Maurizio è in qualche ricovero a Milano.

comunque quella cosanùtele di A.F. – fanne un’altra e ti sputtano, tanto per gradire – non gli ha aperto. ora non si sa più dov’è . forse dormirà sotto la pioggia al parco della Favorita. Giovi ha chiesto per l’ennesima volta a Gianfranco il numero del mostro di Modena, dal castello di Guiglie è scappato già due volte non so cosa ci vada a fare, quale perturbante malia lì lo attragga, fra plagiati cortigiani e gobbi servi di Frankestein, ma questa è un’altra storia ed il mostro di Guiglie verrà sputtanato a suo tempo. forse è lui che gli ha messo qualcosa nelle tazze di camomilla che alle tre del mattino gli portava sbattendolo giù dal letto. Il mostro di Modena è pericoloso, per via dei pentacoli e dei blasoni e degli alberi genealogici con cui trama il suo inferno.

Poco fa, mi chiama Nico da Barcellona, c’è aria triste, dice, ha prenotato prima che il mondo anche lì impazzisse. e poi voleva provare. Per fortuna che non sono andato, tutte checche impazzite peggio delle italiane da barzelletta con tanto di olè nei locali fashion a verso loro. Male per te che sei partito con un assistente sociale , ridacchio: niente parchi niente posteggi, niente cessi pubblici , niente locali leader niente saune. solo omosessualità certificata dal marchio D&G , anche made in China. ma poi mi dice che ha sentito Giovi , ora è al dipartimento di igiene mentale, l’hanno beccato in stato confusionale per strada , si è preso troppi trip a Bologna sto cretino, è fottuto.

Giovi i tuoi colori equinoziali ti aspettano sulla tela. mi chiedo se tornerai al loro richiamo . Lo dicevi anche tu : non ci si può tagliare un orecchio ogni giorno. malgrado questo male originario, essenziale come il cielo sgomento all’aurora perché ignora che noi tramiamo nel buio la luce. stilla sangue e doni dalle mani , piovono come miracoli. l’opera è in te . noi siamo strumenti . tramiamo nel buio la luce.

non so perché questo accada, e  proprio a noi.

forse perché da sempre  abbiamo  accolto il martirio,   perché qualcosa di meraviglioso sta seguendo il suo corso. e  questo accade solo perché io lo racconto. altirmenti resterebbe sepolto nell’oscurità.

ascolta un bel racco…

ascolta un bel racconto , tu penserai che è una favola ma, secondo me è un racconto.

Chiamo Giuseppe , trafitto da un senso di colpa . gli dico comestaituttobene , cose così senza costrutto. cos’è che non va?  Ã¨ che volevo sapere se in questi giorni vai ,  io non ricordo più dov’è sepolto.

ora sono davanti la foto,  era bellissimo Giovanni, come l’apocalisse. come solo gli adolescenti assassini sopra una sedia elettrica.

e non so perché parli di polvere alla polvere. tra folle di genti e per mare ti ho raggiunto fratello al tuo funerale.

perché possa renderti omaggi di morte.

e parlare di certo invano alla polvere.

gli raccontavo favole e ossessioni. e lui mi rispondeva con racconti senza fine.

senza fine.

poi la pestilenza nel suo sangue. ma le favole non possono morire.

senza fine.

Io che sei dio risorgimi.

ascolta un bel racconto, mi dice – in grembo tiene un libro – e sta leggendo.

tu penserai che è una favola , ma secondo me è un racconto, eppure quello che sto per dirti te lo dirò come una verità.

io sono pronto a crederti , gli dico.

e quello che mi racconta è la storia del giudizio finale.

siamo a piazza garib…

siamo a piazza garibaldi, arrivati col bus da Avellino, avellino vuol dir sempre avanti avellino vittoria vuol dir,  dove il C.A.R non vuole finire ,  sto con giuseppe ed elia , giriamo un po’ per la città fino al Maschio , tanto entriamo gratis (ma poi non mi ricordo di niente che ho visto, solo il mare sul terrazzo ed una bella  porta enorme appoggiata al muro tutta intagliata e che temo possa cadere in rovina come i muri di pompei ed ercolano, tenuta in piedi da un qualche segno irrintracciabile, un segreto legame, è tutto così bello e caduco , così eterno perché caduco, che potrei sondare il cielo coi miei occhi e vedere il vero volto della luce universale  ma poi scendiamo e torniamo in centro, la Galleria comesichiama a me sembra più bella di quella di milano, ma poi forse ricordo male e poi è che odio quella città, il tumore sulla pianura, e allora scivoliamo che voglio vedere una istallazione di luce a piazza del plebiscito ed infine siamo ancora in piazza garibaldi, tutto in cerchio, aspettiamo l’auto bus per tornare in caserma, giuseppe è un po’ ciccio e stremato dal marciare io ed elio belli freschi e pettinati, va bene stai con me noi due , lui rientra, fa elio, noi ? mi chiedo, cos’è che spalanchi abissi impronunciabili come se fosse possibile ancora un noi quando già mettere insieme uno straccio di io, lasciamo stare che non so spiegare , ma  poi l’ultimo bus è troppo tardi arriveremmo dopo il contrappello , e giù punizioni al c.a.r  cominciamo bene, ed il treno arriva troppo distante dalla caserma mi dicono, in realtà non vedrò mai la stazione di avellino, arrivo sempre a salerno e poi il bus. mangiamo una pizza coi bordi di ostia in una trattoria da militari, tovaglia di carta, la differenza fra la pizza sicula e quella partenopea devono essere i bordi , i nostri sono cicciottelli e unti d’olio, quelle mangiate a napoli avevano bordi secchi e trasparenti come ostie, ma poi a me i bordi non mi piacciono tanto e invece elia se li piglia dal piatto e il suo nome musicale elio o elia o tutti e due, suona nelle arterie, a salerno invece in un ristorante decente elio mi offrirà una pizza assurda coi porcini che credo ci dovrebbero dare un premio a sto posto, ma questo sarà dopo nel dolore sarà dopo nel dolore del dopo giuramento lo giurate voi? domanda ,  L’ho duro, 500 ragazzi in coro, nel dolore del post giuramento che non ci vedremo mai più promettiamo il contrario al tavolo davanti una pizza ai porcini,   ma sappiamo, io e elio,  che sarà così,  e comunque ora aspettiamo a piazza garibaldi sta corriera per avellino vuol dir sempre avanti , e siccome giuseppe ed elia ci hanno lu maluchiffari cominciano a passeggiare fra borsaioli e venditori di cellulari , io siccome riconosco le facce pulite dei truffatori, e le mani effeminate dei borsaioli, dico ai due di  andiamo dentro la stazione, in realtà ci ho voglia di farmi fare un pompino prima di rientrare in caserma ed allora l’unica è andare nei cessi,  ci sarà certo qualche frocio che certo davanti a giueseppe è meglio che io ed elia non facciamo niente. ma quelli cominciano a perdere tempo con venditori di cellulari 50mila un ultimo modello motorola, siamo nel 2001 , lascia perdere, gli dico, t’incula, il tipo mi guarda male, il tipo truffaldino  prestigitatore di telefonini,   e fa occhio agli amici suoi, insomma cazzi loro, io te l’ho detto, e vado alla stazione ma prima di andare elia mi chiede di prestargli 30 mila che deve comprare una cosa, gli dico non venire a piangere poi e non mi dire che non ce li hai in caserma che ti scanno, che lo so che ti vuoi fare impaccare , e lui, ma che dici, no.  gli dò i trenta e vado nei cessi. quando esco i due li trovo che ridacchiano furbetti. meravigliosi, dicono, un affare, me li sono fatti mettere nella scatola, c’è la polizia? mi fa elia spaventato, e lì capisco che non c’è niente da fare, che lui è un fessacchiotto e non potrà mai essere quello che lui vorrebbe, non per me,  e allora entrano in una di quelle cabine per fare le foto ed aprono le scatole dove hanno messo i cellurari , tutti scantati ,  perchè credono di avere comprato roba rubata, i venditori dentro i pacchi, sono curioso di sapere cosa hanno messo: una bottiglietta d’acqua. giuseppe sta quasi per piangere, porcodio porcodio poercodio , si è incantato , io ridacchio, gli hanno fregato 40.000 a testa. ma gli dico sull’autobus , non li vedete i film, coglioni e  ve l’ho detto pure ,  loro non capiscono quand’è che hanno cambiato il pacco , sotto i loro occhi, sono professionisti i napoletani, mica sprovveduti come voi , scimuniti di guerra. mi fanno giurare sull’amicizia che non dirò a nessuno sta cosa ,  dirlo in caserma , dove li avrebbero presi per il culo certo non lo faccio,  più che altro per elio, e siamo rientrati.  ora direte che ho tradito, ché l’ho raccontata sta cosa,  raccontare   Ã¨ tradire  sono un traditore caina attende  

pedofili, necrofili….

pedofili, necrofili.

urla schiumoso . il suo volto: occhi acidi e marci. Quando arrivo davanti i cancelli vedo due auto di sbieco. bloccano il senso unico. il blu ispido dei lampeggianti. chiamate dai vicini le volanti, ma immagino male: a chiamare la polizia è stato proprio lui. saprò poi.

Giòvi, solo tre squarci in faccia gli occhi e la bocca tutto un taglio. penso gridi contro la zia Poli, e penso male di nuovo.

Pedofili necrofili, non mi avrete mai!

schiuma contro suo padre. porcoddio, qui comincia l’inevitabile. e non lo ignoro, che quando comincia a piovere l’apocalisse pioverà sui giusti e sugli iniqui. mi avvicino ma suo padre mi riconosce e comincia a sbraitare : sta cosanùtele, stu malacarni, t’anno ammazzari.

ma un agente si frammette e mi chiede chi è lei?

un amico.

e allora se ne vada. il suo amico sta male.

lo vedo coglione – sto per dirgli – appunto per questo che devo restare.

ma poi me ne vado, perchè suo padre continua a sfornare spropositi che ci scippo la testa fra un po’. e poi in caserma dopo due minuti lo so che smettono di darmi del lei, appena si leggono le mie carte.

e quando arrivo a casa il telefono pare che stia smettendo di squillare. proprio la sensazione che abbia squillato tutto il tempo, da quando ho chiuso la porta alle mie spalle. vuoto e lucente mistero del mondo senza di me. apro la porta e lo sorprendo.

eccolo : ed ora? è tutto com’era prima . come se non ci fossi stato. e allora? per un attimo ho sognato di sorprendere l’ altro.

io è un altro.

Smette di suonare ed io accendo il computer per mettere un cd – non ho stereo – e mentre riprende lo squillo

io mi fiondo in vena melodia. perché è così che deve andare, sciogliersi alfine, che poi di nuovo saremo arsi.

sotto cielo precipitato . bianco e nero. così che mentre eravamo distratti il mondo è scomparso.

il mondo ha smesso di esserci per noi e noi per lui. solo catarsi. mai stanco.

invece insiste.

Pronto?

cosanùtele – esordisce- sii signalatu, e se non ci può la polizia ci pensiamu noialtri.

mi sa che non è uno scherzo per niente. Il padre di Giò .

chi minchia ci ha con me- pensi a suo figlio che sta male.

lo devi lasciare stare a mio figlio u capisti?

ed io che ci trasu? suo figlio ci ha 23 anni sa quello che fa, se ci ha bisogno d’aiuto non lo lascio in menzu a strata.

aiuto? sì a sdirrubarisi l’aiutasti ora è a Villa Sofia.

ascuta to figghiu lo conosco da due anni gli altri 21 se li è fatti con te, se ora sfasò di testa , stava a tò casa non cummia .

sto cominciando a pensare che potrebbero essere vere, le cose che ha detto Giò di lui.

te le faccio pagare a te e a d’autra cosanùtele, che l’ho denuciato per abuso della professione.

sta parlando dell’assistente sociale amico mio. forse l’unico vero.

làssalu stari che ha cercato solo di aiutarlo.

e gli chiudo il telefono in faccia. e prima che riprenda a squillare – per una mano lo metto fuori posto – non ci ho voglia di sentire le sue minacce.

mi annoiano le sue minchiate.

e alzo il volume, meglio fondersi al biancazzurro dell’intonaco del soffitto. e proiettarmi dentro l’abisso. sciogliersi in vena una catena di estasi infinita. come catarsi. e non uscire più da queste stanze.  perché fuori ci vogliono schedare. e non uscire mai più che ci vogliono imprigionare. l’istituto spalanca bocche infernali sotto i nostri piedi. ché abbiamo vite eversive. che ci vogliono riformare, che ci vogliono affogare , che ci vogliono addormentare con le flebo, in un letto d’ospedale. che ci vogliono cooptare. e farmi svernare dal mio inferno per mandarmi a vendere armi.

e allora meglio finirla qui , che tanto senza di noi il mondo è uguale, ma poi lo so che prevarrà la vita e

ne voglio ancora e

ora ti racconto il m…

ora ti racconto il mio segreto. (Ed il miracolo avvenne, eccolo: non ci fu nessun miracolo).

Lo incontro tra gli scaffali. La Ricordi, Palermo.

cerco un cd a prezzo ridotto, spulcio tra le copertine , la sua faccia affiora. siamo un fantasma l’uno per l’altro. Giusepppe , come va? ciao Malacà, sto bene. Invece si vede che non è vero. Lui cucinava per noi quando andavamo a trovare Giovanni, nella casa in cui abitavano insieme, in un vicolo di Borgo Vecchio. lì il sole arrivava solo a mezzogiorno. così Giuseppe prendeva le ossa leggere di Giovanni e lo metteva su una sedia fuori sulla strada. che c’aveva nostalgia del sole. Abiti ancora lì chiedo invece di scusarmi per non essermi più fatto vivo. Lui mi sorride e dice no, che sta coi suoi ora, che non vale la pena pagare la casa per starci da solo. ma poi niente esce più chiaro dalla gola e si parla di cd. In genere li gratto all’auchan , col prezzo che hanno , un po’ come le tasse. Ma poi l’ha detto pure Berlusconi, l’ha detto che non pagare le tasse è normale quando sono troppo alte, non è istigazione a delinquere, questa, è un consiglio che ho accettato, allora perchè è presidente del consiglio, quando una cosa è cara la rubi e basta. Senza sta morale come avrebbe fatto a fare i soldi? Io ridacchio per quello che dice, ma di queste puttanate di dove va l’italia a noi non ci frega un cazzo. è tanto per parlare. e tu? chiede. Io a luglio scappo, spero di andare in un posto più civile. Ma non riesco a domandargli l’essenziale. e tu come stai veramente? a che punto è la notte per te?

dal giorno del funerale di Giovanni, non ci siamo proprio visti. eravamo vestiti di bianco , gli amici, perchè aveva voluto così, chè eravamo angeli prima, poi siamo nati morti. ci siamo messi alla fine del corteo, molto in disparte, ma non c’era molta genta alcuni parenti , sua madre in nero con un velo in faccia, come non vedevo più da quando ero bambino.

ti devo dire una cosa – fa Giuseppe, ed io deglutisco. ecco l’abisso spalanca bocche. io ho paura che qualcuno mi racconti un segreto. mi confessi un miracolo.

( prendo fiato. un due tre.) dimmi.

ti ha chiamato per nome, dice Giuseppe, era l’ora , l’agonia. ho provato a cercarti.

io sto per scusarmi per non essergli stato accanto.

ma no porcocane, non te l’ho sto dicendo per questo. in ogni caso non voleva attorno nessuno. lo sai. in quel momento. comunque gli ho chiesto se voleva dirti qualcosa , se aveva un , sai come si dice nei film , un messaggio da dare agli amici , insomma cazzate così, che poi nella realtà a te non ti viene da dire niente di niente di fronte alla morte.

la morte ̬ vuota Рlo interrompo.

infatti, continua lui, e allora ti vengono in mente le cazzate sentite nei film. hai qualcosa da dirgli al malacarne? 

Giovanni aveva orrore di parlare di sè , temeva sempre di rivelare un segreto. un mistero. un miracolo.  per questo raccontava solo storie,  ed io  raccontavo sempre a lui. solo favole. 

abbiamo la faccia devastata, la gente che passa ci guarda , dobbiamo sembrare due borsaioli bastonati.

occhi gonfi.

scendiamo le scale , lo trascino sottobraccio fuori, due zingarelle ci gardano un secondo e poi ci evitano , e si mette a singhiozzare accanto all’edicola di lamiera che sta di fronte alle porte della Ricordi, in via Cavour.

e allora? chiedo.

mi ha detto che non c’era nessun messaggio, niente che voleva lasciare detto agli amici. e poi si è messo a raccontarmi una favola, chè tu gliele raccontavi sempre e lui poi me le raccontava a me , una di quelle dannate favole tutte storpiate, e poi,  che figlio di buttana, mi ha ammazzato quando è morto lo sai?

adesso se fossi meno orgoglioso direi che la mia faccia è bagnata.

diceva che doveva rispondere alla tua.

me la racconteresti per favore? non chiedo, soffio.

sì. ecco.

c’era una volta il malacarne. aveva nascosto un pisello sotto 24 materassi. per questo il pisello germogliò e ne è nato un albero. se non lo avesse tenuto nascosto , lo avesse mostrato a tutti, nessuno lo avrebbe guardato. gli avrebbero riso in faccia.

e poi?

e poi niente. mi ha detto solo:” nessun messaggio, io ero l’eccezione”.

Che voleva dire? chiede.

Non lo so , mento. Invece ho un segreto adesso enorme che nessuno saprà mai.

E se ne è andato.

eppure doveva esserc…

eppure doveva esserci una porta fra quelle due pareti. una finestra da dove entrava il giorno. io non ricordo.

c’è sempre la stessa luce, malgrado sia scesa la notte?

Gianni mi  appare brillante, io lo chiamo Giovi, i suoi occhi due pianeti in orbita. fuori come il mistero. e scruta pauroso negli angoli. e calca la mano nella mia. e poi ad ogni auto che spunta all’incrocio sobbalza . tutte le ombre stanotte gli fanno segno. il cielo è una valle di pestilenza. i suoi occhi rintracciano nemici in ogni topo che sbuca dai tombini.

Malacà, mi cercano , mi vogliono ammazzare. Non ci si taglia un orecchio ogni giorno.

ma che minchia dici? cu è ca ti voli scannari?

Giovi è tornato da un mese da Bologna. ma non tutto, a piazza del Nettuno rotola ancora la sua testa.

stanotte la chimica  scava nella tua luce mille grotte,  fratello, scava caverne nella  tua testa.  

poi scopro che parla dei suoi genitori, impossibile seguire tutte le trame. e poi nessuno qui vuole legarsi ad una storia.

Mi drogano – spara – mi drogano con le cose che gli dà Bartolo, quel bastardo, e pure le lesbiche – parla delle sue amiche- sono d’accordo , si telefonano con mia madre. Ho alzato il telefono e sentito che dicevano non si preoccupi lo controlliamo noi.

e poi mi mettono le gocce nel mangiare. mi sono svegliato ieri e manco sapevo che eravamo a febbraio.

siamo a marzo infatti, gli dico. Ma poi mica è grave, quelli come noi, non tengono conto dei giorni. è sempre la stessa stagione anche se passa il tempo.

ed anche gli orologi sciolgono coperti d’insetti.

Mio padre mi spia dalle scale mentre dormo. era lì che mi guardava ieri . Giovi dorme in una specie di cantina, credo , cui si accede da una rampa di scale.

e poi ieri mi sono accorto che non c’era più.

io non lo seguo. lascio che parli. lascio che renda la sua testimonianza.

tuo padre non c’era più?

no, la porta.

c’era una porta che saliva in cucina , ho due lucernari che danno sulla strada. quelli ci sono  ancora. ma non c’è più la porta.

mi hanno murato vivo.

è uscito dal lucernario, dice. deve essere ancora ricoglionito dagli psicofarmaci. ho dormito alla favorita stanotte, e sono andato da Biagio Conte a farmi dare una brioscina.

porcoddio, hai mangiato? andiamo a prendere qualcosa, dài. Non gli chiedo se vuole dormire da me. è iniziata la pestilenza. quando il cielo piove apocalissi, piove su tutti.

fanno parte di una setta, sussurra. chi? ah sì i tuoi. ma non erano testimoni di geova?

è una copertura. taglia corto.

quando il cielo comincia la pestilenza piove sui giusti e sugli iniqui.

chissà se tornerai da me fratello.

 Giovi frequenta l’accademia di belle arti. e con due stracci e un po’ di terra e colla una volta ha clonato un paradiso. inabitabile.

cambio discorso. ti ricordi di Vienna?

a Vienna mi ha fatto un ritratto nudo con matite colorate , poi ha arrotolato il cartone e lo abbiamo perso da qualche parte, forse al Leopold museum , credo che lui lo abbia lasciato lì per assecondare il suo delirio artistico. poco male, l’europa è piena di foto mie che non mi appartengono. perchè appena fatte già non sono più io. le butto tutte perchè non mi piace tenere cadaveri in casa. cazzo come ci siamo popperizzati al Leopold! e tu che mi assicuravi una autentica sindrome di Stendhal , ma io ci avevo un fottuto malditesta che poi mi ho vomitato verde nei cessi. Mi guarda come parlassi di un altro . e tu ti sei sparato una marchetta da ottanta in una sera bevendo gin tonic da un dito al Why Not, ladri e tirchi , mi pare si chiama così, come quello di Anversa, vabbè lo sai le finocchie, fantasia zero. Al Boyzone e al cafè Reiner i rumeni e gli ungheresi incazzatissimi. ci volevano ammazzare vero quella volta. i tossici alla fermata di Kettenbruekegasse, te lo ricordi l’inferno?

all’Eagle nei cessi ho fatto una delle migliori scopate della mia vita. quando uscì  dal cesso tu eri scappato.

ah sì, minchia se mi ricordo, me n’ero andato perchè un  tipo appena sono entrato in dark- sbeng – mi ha picchiato. io li attraggo questi qui. e poi ce l’hanno tutti con me. ora mi vogliono morto.

niente da fare. ricomincia. Vogliono buttare via tutti i miei quadri, me l’ha detto mia madre. lei dice che il regno dei cieli e tutte le puttanate della sua setta. e poi mi drogano.

quando si ferma un’auto ci accostiamo entrambi, sale Giovi. Ne riparliamo dopo.

ma poi lui non torna , io lo aspetto fino alle sei del mattino. c’è sempre la stessa luce malgrado sia finita la notte.

eppure c’era una porta là dove ora c’è un muro.